Se hai creato una macchina dotata di coscienza, non è più la storia dell’uomo. È la storia degli dei.”  (Dal film “Ex Machina”)

a cura di Claudio Lombardo

Compiere tutte le “scariche neuroniche” della propria immaginazione cadendo vittima di ipotesi invasionistiche di una indipendente civiltà robotica rappresenta la preoccupazione di molti che si scontrano per la prima volta con il termine “Intelligenza Artificiale”.

Inferenza che certamente s’interfaccia con la proiezione sugli schermi delle nostre paure più profonde: una specie umanoide che disintegra l’umanità. Questo è lo scenario che per anni è stato rappresentato in molti film e, in cui, proprio in questi anni, è stato costruito un modello di riferimento.

Tutto ebbe inizio da Leonardo da Vinci, ma anche dalla volontà dell’uomo di voler essere Dio, e non intendo in termini di onnipotenza o potere divino, ma come detentore della facoltà del “due”: la capacità di creare un soggetto, di progettarlo e programmarlo in ogni fibra genetica trasferendogli una parte di sé, il proprio patrimonio, le proprie risorse (“in-formazioni”).

Da questa prospettiva sembra emergere un parallelismo: “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, e l’uomo creò a sua immagine e somiglianza il robot”; da un lato il fango della terra e l’alito di vita, dall’altro microchip e transistor.

Due religioni.

La narrazione Biblica ci rivela che Dio creò prima l’uomo, e poi la donna. Quando parliamo di Robot nell’immaginario collettivo l’attribuzione al genere è in riferimento al maschile.

Nell’Antico testamento l’uomo è identificato come servo di Jahvè; Robot deriva da una parola slava, rabota, che significa aiuto, servitù.

È l’uomo che sta sotto Dio e sopra il Robot. È l’uomo che segue la legge di Dio e pone leggi al robot.

Le leggi di I. Asimov rappresentano, fino ad oggi, i comandamenti della Robotica umanoide.

La Bibbia parla di fine del mondo; la stessa previsione catastrofica si associa al futuro dell’intelligenza artificiale.

Di fronte a questa prospettiva perde di significato l’affermazione di Tibor Vamos «Noi non possediamo il punto di vista di Dio». Questa gradazione di realtà, grazie all’intelligenza artificiale, viene superata.

È l’uomo che da creato, diventa creatore.

Le metafore citate in questo articolo non hanno la finalità di mescolare in un crogiuolo una serie di coincidenze storiche per farne uscire una sintesi superiore (l’uomo e Dio sono la stessa cosa); non, dunque, una soggiogazione di imperativi ipotetici (“Voglio avere una bella casa”; “Voglio essere ricco”; “Voglio essere Dio”) bensì comprendere un punto di vista interessante in termini evolutivi, ovvero il livello di evoluzione collocato su un piano di riferimento: gli strumenti prodotti dall’uomo sono la proiezione delle capacità del suo cervello.

J.S. Bruner definisce la sua posizione come “strumentalismo evolutivo” poiché ritiene che l’uomo sia in grado di utilizzare la propria intelligenza per creare e utilizzare attrezzi e strumenti o espedienti tecnici che lo pongono in grado di esprimere e ampliare le proprie facoltà.

Bisogna chiedersi a questo punto se cinema e scienza abbiano un filo conduttore: la realtà, e la loro differenza stia solo nelle tempistiche differenti di realizzazione.

I Robot distruggeranno l’umanità iniziando dai posti di lavoro?

Personalmente, quando si parla di questa tematica, faccio riferimento alle parole di J. Monod «… una delle proprietà fondamentali caratteristiche di tutti i viventi è quella di essere oggetti dotati di un progetto…Tutti gli adattamenti funzionali degli esseri viventi … realizzano progetti particolari che si possono considerare come aspetti o frammenti di un unico progetto primitivo, cioè la conservazione della specie… ».

E se i Robot, un giorno, fossero provvisti di una coscienza e, dunque, la capacità di poter decidere del destino dell’intera specie umana?

(Ne parleremo sul prossimo articolo…)