L’estate e la congestione: che cosa fare?

Prima del bagno preferire carboidrati a grassi e proteine.

A cura del dott. Giacomo Trallori – Quando si parla di congestione mi viene in mente l’estate. Ricordo ancora quando ero bambino di 10 anni sulla spiaggia di Tonfano (Marina di Pietrasanta) al Bagno Antonio, e mia madre sgridarmi perché, stanco di aspettare, cominciavo a immergermi fino alle gambe: “Giacomino, non mi far disperare! Telefono a tuo padre a Firenze! Ti ho detto mille volte che devi aspettare almeno due ore e mezza dopo mangiato! Sennò ti viene un BLOCCO DELLA DIGESTIONE!”

Quanti ragazzi in tutti questi anni si sono sentiti dire la stessa frase sulle spiagge di tutta Italia. In realtà tutti noi italiani, da quando cominciamo a ragionare, siamo talmente influenzati dalla paura di queste evenienze che, nell’immergerci in acqua, facciamo speciale attenzione alla pancia: non sia mai la raffreddassimo troppo in fretta! E ancora, anche se sono passate le due ore e mezza canoniche, ci sentiamo spesso un po’ in pericolo comunque. Ci chiediamo: la digestione, per qualche motivo accidentale e imprevedibile, non sarà ancora ben avviata? Ci vengono in mente gli esempi portati dalla mamma, dalla nonna o i racconti di qualche amico col gusto dell’orrido? C’è sempre qualche racconto di un povero ragazzo sfortunato che, nonostante la lunga attesa prima del bagno, c’è rimasto secco comunque, magari perché aveva mangiato un po’ troppo. Insomma, non si scherza quando ci si butta in acqua dopo aver mangiato: nelle spiagge italiane si crede sempre di giocare fra la vita e la morte.

Proviamo a cambiare paese; trasferiamoci in una spiaggia americana, Santa Monica, la sorella minore di Los Angeles, la spiaggia più famosa della California. A parte la bellezza del luogo e delle ragazze, ci appare una realtà paradossale, incomprensibile: niente attese, nessun conto alla rovescia. I bambini mangiano e si buttano in acqua subito dopo (o a qualsiasi intervallo di tempo dal pasto), anche se hanno fatto un pranzo completo. Non esiste nella loro cultura (e certamente non in quella dei medici!) l’idea che questo comportamento potrebbe causare un BLOCCO DELLA DIGESTIONE! Anzi, nella lingua inglese non esistono espressioni corrispondenti che possano definire gli stessi fenomeni, evidentemente sconosciuti ai medici statunitensi.

Ignoranti? Superficiali? Così sembrerebbe, se dessimo retta ai nostri “esperti”. Ma cerchiamo di capire come si spiega un atteggiamento così contrastante con quello dei medici nostrani. In realtà se proviamo a condurre ricerche nella letteratura medica internazionale sulla parola “BLOCCO DELLA DIGESTIONE o CONGESTIONE DIGESTIVA” non troviamo articoli in merito. Troviamo spesso soltanto interviste di un “esperto” sui quotidiani, settimanali di moda social ed altro. Non ci sono articoli scientifici pubblicati! Allora qual è la verità? Chi non è dalla parte corretta? Quelli che si bagnano nell’Oceano o quelli che si bagnano nel Mediterraneo? Intanto affermiamo che la digestione è uguale a tutte le latitudini.

Una delle ragioni riferite dalla “opinione pubblica” a giustificazione del ritardare il bagno dopo il pasto farebbe riferimento al dirottamento dell’afflusso sanguigno verso l’intestino in digestione, piuttosto che al muscolo impegnato nel nuoto, con conseguente affaticamento e crampi. Di fatto, il nostro apparato cardiovascolare è perfettamente in grado di fare fronte alle due necessità contemporaneamente. È evidente che poi a fare la differenza è il tipo di attività fisica che ci apprestiamo a fare. In tal senso, subito dopo un pasto abbondante non è il caso per un bimbo di 10 anni di fare una gara con il fratellino di 7 a chi arriva prima alla boa, ma piuttosto si dovrà accontentare di giocare sulla riva del mare o bagnasciuga e nuoticchiare.

La seconda motivazione addotta è quella della cosiddetta congestione, ovvero un blocco intestinale legato al cambiamento repentino di temperatura entrando in acqua, che può abbinarsi o meno al riflesso vagale causato dallo shock termico che porta fino alla perdita di coscienza. Anche in questo caso, non è tanto la distanza dal pasto, quanto il tipo di pasto, la temperatura dell’acqua rispetto a quella esterna e la rapidità d’immersione che contano. In proposito voglio ricordare tanti episodi che sono finiti in tribunale. Rieti, ragazzina fa il bagno dopo pranzo e muore: genitori accusati di omicidio colposo. I fatti risalgono al giugno 2011, quando la famiglia decide di passare una giornata al lago del Salto, a Borgo San Pietro di Petrella, in provincia di Rieti. Per pranzo decidono di fermarsi in uno stabilimento balneare. Mangiano abbondantemente. A questo scopo, probabilmente, l’indicazione più giusta è di non fare pasti troppo ricchi di grassi e proteine (che necessitano una digestione lunga e laboriosa), ma preferire carboidrati, come un piatto di pasta semplice o un bel panino con i pomodori.

Allora guardiamo quali sono gli elementi che favoriscono scientificamente gli annegamenti. La letteratura riporta le seguenti situazioni, in particolare il pediatra Roberto Albani tra i suoi scritti, e ancora “La mortalità per annegamento in Italia”, Marco Giustini, Franco Taggi e Enzo Funari: 1. Non aver imparato a nuotare. 2. La presenza di una piscina privata in una casa dove ci sono bambini fra 1 a 4 anni. Da noi non ci sono statistiche a questo proposito, forse perché le piscine di famiglia sono poche. 3. La mancanza di barriere che impediscano ai bambini di accedere alla piscina. 4. La mancanza di supervisione costante. 5. Per i ragazzi al di sopra dei 15 anni, invece, l’annegamento è più probabile in acque di fiume, mare o lago, a causa di comportamenti incauti (fare il bagno in condizioni climatiche avverse, andare troppo al largo ecc.). 6. Il mancato uso di giubbotti di salvataggio sulle imbarcazioni. 7. L’uso di alcool. A questo proposito, i ragazzi italiani cominciano ad essere sempre più consumatori problematici di questa sostanza! 8. La presenza di epilessia o disturbi neurologici analoghi. 9. Il sesso maschile rispetto al sesso femminile.

Tuttavia, anche in mancanza di dati più precisi, possono essere prese una serie di misure di carattere generale volte alla riduzione del fenomeno. Queste includono una diffusa informazione sui rischi associati al consumo dell’alcol, una maggiore sorveglianza dei bambini da parte degli adulti, un miglioramento delle capacità natatorie e un miglioramento delle conoscenze di primo e pronto soccorso in particolare fra gli addetti alla sorveglianza.

Raccomandazioni per la promozione di strategie di prevenzione a livello locale: 1) Educazione nelle scuole: le scuole dovrebbero fornire ai bambini e ai ragazzi la formazione necessaria per prevenire situazioni di rischio inaccettabili; 2) I Comuni delle località nelle quali si svolgono attività di balneazione, soprattutto nelle aree di maggiore criticità (indice di pericolosità e IRA 3 e 4), dovrebbero assicurare la presenza di un adeguato servizio di salvataggio (le spiagge libere sono spesso sprovviste di personale di salvataggio, che dovrebbe invece essere garantito almeno nelle giornate di grande afflusso); 3) La disponibilità in tempi rapidi di unità di rianimazione cardio-polmonare; 4) Le informazioni dettagliate ai fruitori delle spiagge circa: a) Pericoli che possono essere presenti associati alle attività di balneazione; b) Presenza e postazioni del personale di salvataggio o presenza di unità di pronto soccorso sanitario e modalità di rapido contatto; c) Informazioni su come contattare la locale Capitaneria di porto per interventi di emergenza. Insomma godiamoci l’estate, l’acqua del mare e delle piscine con l’attenzione di non esagerare negli atti quotidiani e quindi evitare quegli atteggiamenti da Superman! Buon bagno!

2019-02-07T11:48:55+02:0022 Luglio 2018|Alimentazione, Gastroenterologia, Medicina|0 Comments

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