A cura della dott.ssa Cristina Mencarelli –

Le Cause

Le cause della claustrofobia non sono sempre facilmente individuabili, tuttavia riuscire a riconoscerle ne rende possibile la comprensione e di conseguenza l’elaborazione di strategie per gestire il problema.

● Alcuni studi ipotizzano che la claustrofobia si sviluppi a seguito di un episodio traumatico in cui il soggetto è rimasto intrappolato in uno spazio ristretto.

● Altri studi sostengono invece che la fobia si sviluppi dopo un trauma che magari non è stato vissuto in prima persona, ma che riguarda una persona a cui si è legati emotivamente.

● In alcuni casi il trauma può essere stato subito durante l’infanzia o addirittura essere legato alla vita intrauterina.

● Un’altra ipotesi sostiene che la claustrofobia abbia cause ereditarie ed esista quindi una predisposizione genetica. Naturalmente sono necessari ulteriori studi prima di poter confermare queste teorie.

I Sintomi

I sintomi della claustrofobia di solito si manifestano solo quando la persona si trova nella situazione specifica. I sintomi più comuni sono: tachicardia, difficoltà di respirazione e senso di soffocamento, sudorazione, iperventilazione, tremore, vertigini e nausea, perdita di controllo, formicolio alle mani e alle braccia, ansia, secchezza della bocca. I sintomi di solito cessano quando la persona riesce ad uscire dal luogo chiuso in cui si trova.

Coloro che soffrono di claustrofobia tendono ad evitare tutte le situazioni in cui si rende necessario sostare in uno spazio ristretto e senza rapide vie d’uscita, anche se solo per pochi minuti; il soggetto claustrofobico, ad esempio, preferirà salire i piani a piedi piuttosto che prendere l’ascensore. Non sempre i soggetti che ne soffrono confidano ad altri la loro fobia, di conseguenza per evitare le situazioni temute elaborano tante scuse: se ad esempio non vogliono utilizzare l’ascensore diranno che preferiscono salire le scale perché sentono la necessità di fare un po’ di movimento. Oppure se si rende necessario attraversare una galleria in automobile diranno che in condizioni di luce scarsa avvertono un fastidio alla vista. Da questi esempi si evince che in caso di claustrofobia le strategie di evitamento aiutano a ridurre l’ansia; questo approccio però non risolve il problema, anzi, lo mantiene e lo rafforza.

È importante tenere in considerazione che la persona claustrofobica percepisce lo spazio in maniera differente, pertanto anche un ambiente con uno spazio oggettivamente adeguato verrà percepito dal claustrofobico come ristretto e soffocante. In altre parole, parafrasando James e Lange, “non evitiamo per paura, ma è per paura che si evita”. Sia nel disturbo da panico sia nella claustrofobia ci sentiamo immersi in una situazione senza averne il controllo, effettivo o presunto, e senza quindi sapere come gestirla o come uscirne. Entrambi agiscono infatti su uno degli istinti fondamentali, quello di sopravvivenza: non ci sentiamo al sicuro. Importante però ribadire che la claustrofobia si può curare. Il primo passo è riconoscere di avere un problema e predisporsi mentalmente per affrontarlo. Fare pratica con la respirazione è un buon inizio. Quando sono spaventata, tendo a smettere di controllare il respiro ed entro in apnea. Quando comincia un attacco d’ansia, sarebbe utile concentrarsi su come inspiro ed espiro. Durante un attacco, è utile inoltre concentrarsi su ciò che ci sta intorno e provare a percepirlo non come una minaccia, ma come il tempo che scorre (cerchiamo di non pensare che siamo chiusi in una stanza, ma che tra poco possiamo uscirne o provare a comunicare che non ci sentiamo bene a qualche persona vicina).

Esistono percorsi e tecniche psicoterapiche che si sono rivelate molto utili per il trattamento della claustrofobia. Se la paura è così debilitante che porta a comportarsi in modo insolito, ad esempio a rifiutare offerte di lavoro, evitare di fare visita a parenti e amici o a prendere le scale anche quando non dovresti, potrebbe essere il momento di consultare uno psicoterapeuta. Insieme al professionista si può intraprendere un percorso psicoterapeutico prendendo contatto ed elaborando successivamente i propri vissuti emotivi e relazionali.