Casi clinici comuni: l’uomo che credeva di essere guarito

A cura del dott. Alfonso Lagi – Non sono riuscito ad avere un rapporto ottimale con questo paziente a causa della sua cieca credenza in ciò che lui voleva capire ma che non gli era stato detto: era la sua guarigione.

In realtà nessuno dei sanitari che lo avevano in cura gli aveva detto che era guarito. Era lui, insieme ai suoi familiari, che voleva credere che lo avessero detto. Gli era stata diagnosticata una neoplasia della prostata che al momento della scoperta aveva già dato metastasi ai linfonodi e quindi non poteva giovarsi di trattamento chirurgico radicale, il che significa, il più delle volte, guarigione. Aveva quindi fatto una combinazione di radioterapia e di farmaci ormonali, come si usa in questi casi. Naturalmente egli aveva avuto un netto miglioramento della sintomatologia e dei reperti obiettivi. In particolare i linfonodi lombo aortici, la sede delle metastasi, si erano ridotti da 6 a 4,5 cm. Inoltre gli indici di malattia, il famoso PSA, si erano normalizzati.

Quando cominciai a occuparmi di lui, lo feci perché un collega fiorentino me lo indirizzò. Era stato ricoverato all’Ospedale dell’Isola d’Elba per una febbre che durava da qualche giorno, per una tosse e soprattutto per il rilievo radiologico di una polmonite, ma non migliorava né tantomeno guariva. “Ha una polmonite” mi disse il collega “ma evidentemente non lo curano bene. Ah guarda che lui ha anche un cancro alla prostata ma sta bene per quello, sai, lo curano a Milano”. ‘Milano’, altra parola magica nel mondo sanitario, una chimera perché lì fanno tutto prima e meglio.

Lui arrivò alla clinica dove lavoravo in quel periodo. Lo portarono con un’ambulanza attrezzata. Non stava per niente bene. Era febbrile, pallido, respirava con difficoltà, era molto sofferente. Raccolsi le notizie sulla sua condizione dal figlio, perché il paziente non era in grado di avere un colloquio completo.

Mi raccontò la storia recente della malattia, naturalmente la riempì di commenti personali e anche di giudizi su quello e su quell’altro. In generale non cessa di meravigliarmi lo stupore e l’incredulità che si disegna sul volto del mio interlocutore quando gli confermo di non conoscere le persone che lui cita nel suo racconto e cui attribuisce una fama sovralocale. “Me l’ha detto il professor Tale, me l’ha garantito il dottor Tizio, lei lo conosce vero?” sottolineato con l’enfasi del fanciullo di fronte a un premio o alla vista di una cosa piacevole. “No, non l’ho mai sentito nominare”. Per non parlare del modo ammiccante o dei gesti di complicità o di superiorità che fanno quando si riferiscono ad ambienti o personaggi di caratura, sempre a loro parere, sovranazionale. “Ho fatto così perché me l’ha detto lui” e all’espressione verbale accompagna il movimento della mano o della testa nel cui centro si disegna un sorriso accattivante.

Quindi, questo figlio mi parlava della polmonite e di molti personaggi medici che lui conosceva, con cui aveva confidenza e che avevano avuto una parte nella loro storia familiare recente. Un fiume di parole. “Scusi, ma il babbo ha un cancro alla prostata” riesco a interpolarmi. “L’aveva” e la mano si alza a livello del capo e fa un gesto come per buttare qualcosa dietro le spalle, “ora sta continuando la sua cura e sta bene, anzi ha fatto i controlli di recente, sa, a Milano, e sono tutti a posto, li vuol vedere?” mostrandomi una cartellina trasparente. “Sì, grazie” rispondo “li vedrò dopo la visita”. La visita non andò bene perché il paziente aveva una tumefazione dura e fissa nella zona della clavicola sinistra quella che in medicina si indica come il “segno di Troisier”. È un indizio che fa sempre pensare al peggio e si associa ad una neoplasia maligna dell’addome, di un organo come lo stomaco, l’esofago, il rene o la prostata. Una Tac dell’addome e del torace, fatta dopo qualche minuto, mi confermava un grave e massivo interessamento di tutti i linfonodi lombo aortici e mediastinici e appunto sovra claveari, come conseguenza della diffusione del vecchio tumore della prostata. “Non è possibile” fu il commento del figlio (e dopo qualche giorno anche del paziente) “è guarito!” Consultai i documenti che mi avevano portato, quelli della cartellina e quando lessi che all’ultimo controllo i linfonodi vicino alla prostata erano più grandi di 4 cm (quando sono superiori ad 1 centimetro esiste il forte sospetto per non dire la certezza di malattia) lo feci notare. “Sì lo so” mi risposero “ma il Professore (e quando non si associa il cognome si vuol dare ancora più risalto all’Autorità) mi ha detto che non sarebbero cresciuti più di così fino a che avessi seguito la cura attuale”. Purtroppo il paziente non era guarito e il decorso successivo lo confermò. Egli fu sottoposto a cure oncologiche combinate e comunque riuscì a riguadagnare una condizione di salute accettabile e continuò le sue cure in ambiente adeguato. Non so se sia ancora vivo.

2019-01-30T10:48:35+02:009 Febbraio 2019|Medicina, News|0 Comments

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