A cura del dott. Alfonso Lagi – Si tratta di una ragazza lunga e apparentemente delicata. Dico apparentemente perché sono quelle giovani donne che sembrano fragili, ma poi si rivelano molto toste di carattere e di fisico.

Lì per lì, però, ti chiamano alla mente il giunco che si piega al primo stormir di vento ma che non si spezza mai. In ogni modo era del tipo “ce l’ho solo io”. Si muoveva e si atteggiava in quel senso. Aveva alle spalle una lunga storia di sofferenze e di consulti medici che non avevano risolto il problema. Ricordo che veniva addirittura da una città vicina, il che mi meravigliò perché la mia fama non ha mai superato il rione dove abito. Riferisce la comparsa da sei mesi di dolore periombelicale, che s’irradia al fianco sinistro e alla fossa iliaca quando assume la posizione eretta o seduta. La ragazza descrive la cosa con precisione ma con una certa sofferenza del tipo “ora devo durare fatica a spiegarlo anche a quest’altro, tanto alla fine non si concluderà niente”.

Queste sensazioni il medico di esperienza le avverte nel tono della voce, nell’espressione e nella scelta delle parole. Ti fa capire che fra paziente e medico non c’è comunicazione e questo depone subito male per la soluzione del problema. Ti fa capire che non è lei ad aver richiesto il consulto ma i suoi genitori, forse la madre, che del resto l’accompagna e la sorveglia come se fosse un pezzo unico e raro (certamente lo è) e possibile oggetto di contaminazione da parte di chiunque le si avvicini. In realtà la madre pretende di filtrare tutte le sensazioni o le proposte che vengono fatte alla figlia, di spiegarle e di decidere per lei o al massimo con lei perché la figlia, dice la madre, non ha l’esperienza sufficiente per farlo da sola. Ha molte, anzi moltissime qualità ma non quella del buon senso, del resto ne ha talmente tante (fisicità, giovinezza, intelligenza) che si può giustificare la carenza temporanea di funzioni intellettive così complesse come il giudizio. Lo stereotipo è quello della madre protettiva – ossessiva, definita come “l’ho avuta io ma ora l’ho passata a mia figlia, che se la merita tutta e non voglio che faccia gli sbagli che sono toccati a me”.

Per “resistere” a tale dolore la ragazza dice di dover assumere posizioni semisdraiate. Le è infatti intollerabile stare seduta in una poltroncina del cinema o del teatro. Non sempre la posizione distesa risolve la sintomatologia. Certo è che la notte sta bene.

L’esame obiettivo evidenzia una scoliosi destro-convessa dolorabile nei movimenti e una dolorabilità vivace alla palpazione in sede periombelicale sinistra. Nessun input erniario alla tosse sia da distesa sia in piedi. Presenta numerosi esami ematici, ecografici e imaging del rachide non significativi, nonché testimonia numerose visite da specialisti di settore fra i più variabili: un noto chirurgo cittadino che la manda dall’ortopedico che a sua volta le consiglia un plantarista che ancora la invia a un posturologo e questo a un neurologo per finire in fondo alla lista da un ginecologo e da un odontoiatra.

In fondo la ragazza non ha torto quando pensa di aver fatto un altro viaggio senza la speranza di poter concludere qualcosa e giustifica la sua scarsa partecipazione al consulto medico.

L’esame ecografico dimostra, in piedi e solo in piedi, un’ipodensità mobile delle dimensioni sub centimetriche dolorabile alla pressione in sede paraombelicale. Si tratta di un’ernia della parete addominale che s’incarcera e provoca dolore.

La ragazza ha ragione quando pensa male dei medici ed è portata a credere che i valori della vita siano altri, diversi dalla cultura, pazienza e attenzione quali si richiedono al medico; ma dovrebbe anche riflettere sul fatto che oltre la bellezza o il sex appeal, ammesso che ci siano, è opportuno praticare il rispetto e l’umiltà quando ti avvicini a chiunque cerchi di fare il proprio lavoro al meglio delle proprie possibilità.