È un fatto accaduto quando, ancora studente, facevo il mio internato nelle sale parto della Università nella quale mi sono laureato. All’ultimo anno lo studente deve prendere confidenza con i pazienti e soprattutto fare delle esperienze perché presto dovrà essere in prima fila. Naturalmente tutto si deve svolgere sotto tutoraggio di un medico anziano e quindi, per definizione e di fatto, esperto nella materia. Ora è noto che i ginecologi sono, forse più di altri colleghi, inclini alla scappatella, si dice perché in sala parto le cose accadono da sole, si tratta cioè di assistere a un evento naturale. La loro funzione è quella di sorvegliare e intervenire in caso di complicazioni, che per la verità sono sempre dietro l’angolo, e anche per controllare il dolore che è il vero problema delle primipare. Per questa complicazione alla fine degli anni ’60, poiché non esisteva l’epidurale, tutto si limitava a qualche soffiata di protossido di azoto nel momento culminante della espulsione del feto, quindi anche questa era una cosa che il medico risolveva rapidamente e con poco impegno da parte sua.
Si trattava di una bella ragazza, per quanto la bellezza possa mantenersi in una primipara a termine, impaurita da quello che l’aspetta e già provata dalle prime doglie. La vedo arrivare nella sala del travaglio, sulla barella dell’ambulanza spinta da un portantino che le dice qualche parola d’incoraggiamento. Le sorrido e lei mi risponde con uno sguardo disperato, occhi barrati per la retrazione delle palpebre, pupilla fissa, gli angoli della bocca stirati in una smorfia di dolore, i capelli castani, lunghi e belli, scompigliati sulla fronte. Mi porge una mano e io rispondo al suo invito stringendola con la mia. “Stia tranquilla signora…” Le mie parole sono interrotte da un mugolio che poi si trasforma in un grido. Una contrazione le impedisce di rispondermi. Siamo fermi entrambi, lei sulla barella, io con il mio camicino bianco ordinatamente allacciato che sto facendo il palo accanto a lei. La procedura vuole che qualcuno esperto si faccia avanti e controlli con due dita nella vagina la dilazione e la lunghezza del collo uterino, così da prevedere il momento del parto. Io non lo so fare. Si apre la porta e una donna di mezza età, anche lei scarruffata e con il volto segnato dall’ansia e probabilmente anche della fatica, pronuncia a mezza voce il norme della prossima puerpera “Laura… Laura…” e si avvicina a me con sguardo interrogativo “dottore allora che facciamo, le fa qualcosa per il dolore?” Rimango in silenzio ma ruoto leggermente sul tronco, per sincerarmi che la donna non si sia rivolta a un dottore vero che miracolosamente e tempestivamente fosse comparso alle mie spalle. Niente da fare, sono sempre solo. Faccio qualche passo sulla mattonella sulla quale poso i piedi, sorrido alle due donne e la gravida caccia un nuovo urlo, la madre mi urla ‘faccia qualcosa!’ e allora mi decido. Suono il campanello della corsia e, rinnovando a loro il consiglio di stare tranquille, mi precipito alla ricerca, se non di un medico almeno di un’ostetrica. Sono tutte in sala parto, mi avvicino alla prima che vedo e la avverto della situazione, di là in sala travaglio. Lei non sembra darmi ascolto, certo continua a trafficare, le mani fra una testa di neonato e una vagina aperta, allora imploro, minaccio e alla fine una di loro si toglie i guanti e guardandomi dall’alto in basso mi dice con tono compassionevole “Va bene, andiamo”.
Ecco che l’ostetrica prende in mano la situazione, somministra un analgesico e poi via con due dita. Mi dice che il collo c’è ancora e che la dilatazione è indietro. Si informa da quanto tempo la donna ha le doglie e le dice che non deve avere fretta, ancora il parto non si è aperto e possono ancora passare delle ore. Che la donna stia tranquilla, che lei o qualcun’altra passerà fra un paio d’ore. “Un paio d’ore?” penso io e cosa facciamo fino ad allora? Non so rispondere e purtroppo la stessa domanda la fa a me la donna fra un urlo e un lamento. “Stia tranquilla il parto si sta per aprire” uso volutamente un gergo tecnico per non essere costretto a spiegazioni più precise che non saprei dare “si deve sopportare la contrazione. Pensi cara signora che ad ogni contrazione il suo bambino si avvicina di un centimetro al punto di uscita.” Lei mi guarda con gli occhi umidi e mi stringe la mano, si morde un labbro e infila le unghie nel mio palmo. Sento un gran dolore ma faccio finta di niente, anzi le dico ancora parole di incoraggiamento. “Dottore, posso bagnarle le labbra?” Non so che dire, non vorrei combinare un guaio con il mio assenso… alla fine decido, forse in modo azzardato, “si, bagni il fazzoletto e la faccia succhiare.” La donna sembra apprezzare. Che emozione, la mia prima terapia è stata un successo. Stiamo andando avanti da oltre mezz’ora e non si vede nessuno e mi chiedo dove sia andato il ginecologo che mi dovrebbe tutorare. Se glielo chiedessi mi direbbe che ha avuto un’urgenza, in realtà sospetto che sia fra il bar e una chiacchera con qualche infermiera compiacente. Ormai è notte fonda e non si vedono altre partorienti, almeno ne arrivasse un’altra probabilmente giungerebbe anche qualche addetto ma sembra che quella sera tutte le gravide si siano dimenticate di partorire. Forse non c’è la luna, penso. Ma che effetto farà la luna? Dicono che favorisca il parto. Ma sarà vero? E se me lo chiedessero all’esame lo dovrei dire o farei la figura del coglione?
“Il battito, dottore che mi dice del battito?” Mi rendo conto che la donna non si riferisce a possibili colpi alla porta, ma quale battito? Le prendo il polso, mi sembra accelerato ma poi mi viene un’illuminazione… lei vuol sapere del battito fetale, ah già è importante perché una qualche sua variazione indica sofferenza fetale o forse anche la morte del feto. Può accadere durante il travaglio? Non lo so ma penso che sia possibile, certo che può accadere! Accidenti ma qua nessuno controlla il battito? “Certo, per ora sta andando bene” prima regola rassicurare, poi mi svincolo e torno alla ricerca della solita ostetrica. Naturalmente non c’è. Le vedo tutte e tre che stanno sorbendo il caffè in una stanzetta vicino alla sala parto. Forse sono stanche perché mi pare di aver capito che hanno lavorato ininterrottamente per ore. “Scusate…” mi faccio avanti rivolgendomi alla ostetrica che aveva già visitato la paziente “ma il battito?” Una di loro mi guarda con disprezzo, il solito sguardo riservato a noi studenti. Un’altra si alza e mi dice “ci vuole un medico, quello di guardia, dottore!” L’ultima parola è strascicata e sottolineata. Va in sala travaglio, si avvicina alla partoriente e senza neppure un avvertimento giù altre due dita dentro. “Eh cara signora bene, sta facendo progressi. Qua c’è rimasto un centimetro, siamo già a tre.” Sorride. Io non ho capito, solo dopo qualche anno mi ricorderò che l’ostetrica indicava la lunghezza del collo e la dilatazione.
Accenno a voler dire qualcosa ma rinuncio, sapendo così di evitare una nuova umiliazione. Rimango accanto a Laura che adesso affronta i suoi dolori con maggior determinazione e coraggio. Mi stringe la mano e io la ricambio. La madre le carezza l’altra mano. Ecco che si apre la porta e arriva il medico, quello vero. Camice svolazzante e passo svelto, falcata lunga, nonostante l’ora tarda. Si vede che ha ancora energie da vendere. Mi saluta con una voce e mi dice come se parlasse a un collega “A che punto siamo qua? Dilatazione?” “Tre centimetri” rispondo. “Hai sentito?” “No, l’ha fatto l’ostetrica.” “E tu non hai misurato?” “No… non saprei…” “Mettiti un guanto” lo dice con voce perentoria e nel frattempo lui l’ha già indossato e infila la mano nel solito posto. Ho anch’io il mio guanto ma sono insicuro sul da farsi. Ma tu pensa quanta fatica si deve fare per convincere una ragazza che è sempre indecisa, incerta, pensa a quanto ci vuole a strapparle un assenso e invece qua chiunque passi lo può fare e se lo fanno fare senza obiezioni! È il mio turno per l’esplorazione, lui mi guida, non sento niente ma faccio finta di aver capito. Concordiamo che il gran momento si avvicina. Via, trasferita in sala parto. Un portantino spinge la barella, sono sempre al suo fianco e le tengo la mano. Finalmente ci siamo. Laura è sul lettino del parto, le ginocchia sollevate e le cosce aperte. Tutti sono lì, gli occhi convergenti sullo stesso orifizio, interessati a quello che sta succedendo. Lei urla, gli altri le danno sopra la voce con grida di incoraggiamento. Ecco arriva il momento, esce una testa, poi un corpo, è un bel bebè che fa subito il suo primo vagito ma… il parto non è finito, ce n’è un altro, ricominciano i dolori e le urla da parte di tutti. Mi guardo intorno con aria stupita. Sì l’ho sentito dire dei parti gemellari ma nessuno mi aveva avvertito del caso in questione. Ecco arriva anche il secondo. Sono due bei bambini. Tutti si congratulano con loro stessi e con la neo mamma. Tutto è andato per il meglio. Per me è stata un’esperienza gratificante, in qualche modo ho assistito al mio primo parto. Non so se ce ne saranno altri in futuro. Non credo. Mi accorgo che Laura piange. Sarà la commozione penso. Le vado vicino per consolarla e le chiedo il motivo di quelle lacrime. “Vede dottore” mi sussurra piangendo e io non sono neppure sicuro di capire bene tutte le sue parole “del primo dei bambini io so chi è il padre ma del secondo non sono assolutamente certa.” Perbacco, non posso fare a meno di pensare, ma con questa ostetrica sono proprio rimasto indietro.